"Quando un albero è ferito, cresce attorno a quella ferita" Peter A. Levine

sabato 10 ottobre 2015

La fiducia dei rondoni

Dopo una seduta di psicoterapia di gruppo, mi trovo a riflettere sul cambiamento, sulla paura che talvolta si ha di cambiare le cose, anche quelle che ci fanno male, che ci limitano.
La paura mi sembra che spesso sia quella di essere sopraffatti dal movimento, di perdere il controllo delle cose che cambiano, delle cose che vogliamo cambiare. Quasi come se il cambiamento fosse una pallina di neve minuscola che, se lanciata dalla sommità di una montagna innevata, mano a mano che rotola giù, s'ispessisce, si ingrandisce, si irrobustisce...diventa forte e pericolosa.
Un'altra paura è quella di commettere un errore di cui potremmo pentirci, ovvero la paura del rimorso e dell'irreparabilità del passo fatto, la paura del pentimento e dell'impotenza che ci assale quando ci confrontiamo con il tempo che va avanti e non è riavvolgibile, non è rivivibile, né modificabile.
Ci sono poi paure come quella della perdita dell'equilibrio, la paura di perdere le cose note, conosciute, percepite come sicure. C'è persino quel famoso detto che recita: "Chi lascia la strada vecchia per la nuova sa quel che lascia non sa quel che trova" che, quasi come un monito minaccioso, presuppone un grande atto di coraggio, quasi eroico, in chi molla la sedia sicura per alzarsi ed esplorare il mondo, rischiando di non trovarne altre...rischiando di non ritrovare la sedia lasciata.
E se invece che di coraggio si trattasse di un moto di sopravvivenza? O se cambiare fosse necessario non tanto per sopravvivere, ma per vivere? Per realizzarsi? Per realizzarsi pienamente?
E mentre mi pongo queste domande penso ai rondoni.
Il 'rondone' (Apus Apus secondo la nomenclatura) è un uccello migratore piuttosto comune, che praticamente trascorre  in volo tutta la vita, cibandosi in volo, riuscendo anche a dormire in volo, dopo aver raggiunto gli strati più alti del cielo. Gli studiosi di ornitologia che hanno osservato per anni gli spostamenti di questi meravigliosi animali, hanno mappato una media di almeno sei mesi di volo ininterrotto, senza mai posarsi. Infatti il rondone sosta solo durante la cova delle uova e per alimentare i piccoli, posandosi nei pressi del nido.
Coloro che ne hanno osservato il volo, lo descrivono come potente, veloce e irregolare, con virate improvvise.
Osservando la vita di questo animale, mi anima un profondo senso di fiducia, di fiducia che pur lasciando l'appoggio, il nido trovato o costruito, quando sarà il momento di poggiarsi di nuovo un altro se ne troverà. E' questa fiducia che, se autentica, crea sicurezza. Non la sicurezza che trasmettono le cose esterne a cui capita di aggrapparsi, ma la sicurezza viscerale, quella che viene da dentro, dal nostro respiro, dal cuore che batte, dai nostri polmoni, che anche nei momenti peggiori non smettono di dilatarsi e contrarsi, assicurandoci l'ossigeno, la vita. La sicurezza che ciò che si prova va bene, non perché si ottiene consenso dall'esterno, ma perché é ciò che proviamo, ora, e proprio perché lo sentiamo, è lecito, legittimo e ci può orientare rispetto alla direzione da prendere, momento per momento.
Ai miei occhi il rondone ha, o meglio, è questa sicurezza, questa fiducia, questo istinto all'ennesima potenza.
Mi piace pensare di accompagnare i miei clienti lungo la via del recupero di questa fiducia, 'la fiducia del rondone' e nella mia esperienza, quando la persona, quando il cliente, animato dalla ritrovata fiducia, si lancia, il volo è spettacolare.

venerdì 31 gennaio 2014

Gruppo d'incontro: iniziativa aperta a chiunque desideri sperimentarsi nella relazione autentica



Dopo un certo periodo d'incubazione finalmente cominciamo a raccogliere le candidature per il primo gruppo d'incontro rogersiano che partirà a Reggio Emilia.
L'ideologia dei gruppi d'incontro è nata ed è stata definita negli anni '40 da Carl Rogers, psicologo americano che credeva che ovunque possa aver luogo l'incontro autentico tra due o più individui, là avvengono la crescita ed il cambiamento.
Ebbene, partendo da questo presupposto, la collega Stefania ed io ci muoviamo con l'obiettivo di promuovere l'incontro, il cambiamento ed il benessere. La particolarità del gruppo d'incontro è infatti quella di favorire, nel rispetto dei tempi del processo del gruppo, l'incontro autentico tra i suoi partecipanti e tra i loro molteplici punti di vista.
Chiunque fosse interessato ad avere informazioni più specifiche non esiti a contattarci per fissare un colloquio conoscitivo gratuito e senza impegno.

mercoledì 5 giugno 2013

L'ASCOLTO... QUESTO SCONOSCIUTO

Da alcuni anni incontro ragazzi adolescenti presso uno spazio d'ascolto all'interno di una realtà scolastica.
Ho incontrato ragazze e ragazzi molto diversi, che mi portavano le questioni più variegate: qualcuno veniva per la curiosità di incontrare una psicologa e vedere se era vero che avrebbe dovuto sdraiarsi sul 'lettino'., qualcuno portava la profonda difficoltà di separarsi dalla fidanzata o dal fidanzato, alla luce di un nuovo amore nascente, qualcun altro con estremo dolore mi portava la faticosa situazione familiare...il suo sentirsi schiacciato in un clima difficile, complicato, talvolta violento.. in cui crescere è ancora più difficile, oltre che rischioso.

Se penso a questa mia esperienza, in generale direi che ho incontrato ragazze e ragazzi tanto diversi ma allo stesso tempo tanto tanto soli. Non erano senza amici, ma piuttosto sembravano consapevoli che avere un amico non significa necessariamente sentirsi liberi di raccontargli qualunque cosa e credo proprio che uno dei punti in comune del bisogno portatomi dai ragazzi adolescenti che ho incontrato, fosse il desiderio, l'assoluto bisogno di 'essere ascoltati'.

Mi rendo conto che oggi la parola 'ascolto' è inflazionata, sembra che chiunque mastichi un po' di 'psicologhese' si possa dire esperto dell'ascolto.
Nell'ambito della mia formazione ho appreso che ascoltare non ha solo a che vedere con le orecchie...ascoltare significa essere in grado di cogliere lo stato d'animo dell'altro, il suo modo di vivere  e costruire la realtà, senza per questo giudicarlo, senza farlo sentire inappropriato, incapace, diverso, malato, normale, anormale, giusto o sbagliato, .....e questo non è facile, perché nel bene e nel male siamo tutti piuttosto abituati ad approcciarci agli altri attraverso il giudizio, che sia medico, personale, professionale, valoriale...
Con estrema facilità siamo pronti a dare ragione a qualcuno, torto a qualcun altro, a dire che un pensiero, uno stato d'animo è giusto, che un altro è sbagliato.

Creare uno spazio di ascolto efficace significa essere capace di porsi di fronte ad un'altra persona senza aspettative, senza dare per scontato alcunché, ma cercando di spostarsi da sé per cogliere il punto di vista dell'altro. Quando si riesce a fare questo, l'altra persona lo sente subito, sperimenta la libertà di mostrarsi e la fiducia di poterlo fare pienamente. Si tratta di un'esperienza preziosa, eppure oggi è anche estremamente rara, al punto che la fame di 'ascolto' è comune anche tra gli adulti.

Per quanto la vita oggi sia piena di mille parole, dette di persona, al telefono, scritte in chat, via sms, mail, twit, poke..o altro ancora...  talvolta la sensazione è quella di un rumore di sottofondo, una specie di ronzio che riempie ogni spazio vuoto, ma che non coglie mai nel segno, che resta in superficie.

Nelle relazioni che costruisco nello studio dove ricevo i clienti  scopro continuamente il potere dell'incontro autentico, dove l'uno si porta e l'altro lo accoglie e lo coglie.... e già questo, talvolta anche solo questo è terapeutico, perché facilita nell'altro un primo cambiamento, che deriva dal sentirsi visto veramente e dal sentirsi accolto per come è, a volte... per la prima volta dopo tanto tempo.

Spesso con un adolescente in difficoltà, è sufficiente un simile contatto, un tale incontro perché egli 'si ritrovi' e quanto è prezioso quel momento nella prevenzione di future derive e problematiche, nel prevenire aggravamenti, esordi sintomatologici, agiti autolesivi o eterolesivi.

L'ascolto profondo e non giudicante è nemico dell'isolamento e dell'alienazione, ma prima di ascoltare qualcuno che ha bisogno chiediamoci quanto siamo capaci e disposti ad ascoltare noi stessi senza pregiudizio e aspettative... è sempre un ottimo esercizio che risponde ad un monito vecchio come il monto, ovvero: 'medico, cura te stesso'... aggiungerei 'come prima cosa!'.

mercoledì 20 marzo 2013

LE EMOZIONI COME PUNTO D’INCONTRO




Sono reduce da un gruppo con adolescenti sui temi della salute e della malattia nell’ambito di un servizio che si occupa di prevenzione e promozione della salute; ecco alcune osservazioni in proposito.
Per la maggior parte dei ragazzi d’età compresa tra i 12 ed i 18 anni, è un comportamento nuovo e quasi rivoluzionario quello di stare seduti insieme a confrontarsi sui diversi punti di vista relativi ad una tematica, specie se si parla di salute.
E’ inevitabile che con la diffusione delle nuove tecnologie si sia insinuata una modalità diversa, più immediata e sempre attiva di comunicare: gli sms stessi oggi sembrano ormai obsoleti se si pensa alla chat, a what’s up, a twitter, a facebook... la maggior parte di noi è parte di una ‘famiglia’ più grande chiamata rete e lanciare il proprio cinguettio nell’etere ci fa automaticamente sentire ‘parte del tutto’, ‘parte del dialogo’, ‘parte di quello che succede’. Di fronte a questo è inevitabile che ci siano persone che credano che anche la politica possa farsi così, momento per momento, attraverso twit, chat o quant’altro.
L’immediatezza è così propria della nostra quotidianità che sembra una scoperta importante e assolutamente inedita rendersi conto che a volte il bisogno è quello di ‘stare’ nell’attesa, nell’ascolto di sé, del proprio ritmo, del proprio sentire. Oggi giorno si corre da un impegno all’altro, si passa da un corso all’altro, da un lavoro all’altro e lo stare nel ‘mezzo’ è spesso fonte di disagio, di sentimenti che vanno dalla colpa, all’inutilità, alla smania di fare........laddove sembra che ‘fare’... equivalga ad ‘essere’.
Nell’incontro con il gruppo di oggi, dopo una riflessione sul tema della salute diversi ragazzi, attoniti di fronte a me, scoprivano di aver bisogno di rallentare per prendersi spazi per stare con se stessi, con il proprio far niente, con la propria voglia di correre al proprio ritmo. Persino i primi della classe hanno cominciato ad esprimere il senso di pesantezza sperimentato in quel ‘non riuscire mai a staccare la spina’, non riuscire mai a riposare davvero corpo e mente.
È questo che sta succedendo alle nuove generazioni e forse anche a quelle precedenti? Siamo davvero convinti che correre tutto il tempo non ci faccia perdere il piacere del viaggio, quella ricchezza delle emozioni che si animano dentro di noi mentre percorriamo la nostra vita?
Oggi la sensazione è che ci sia un bisogno forte di recuperare il tempo per stare nell’incontro con se stessi e con l’altro.
Il contatto con le emozioni che spesso spaventano, soprattutto gli adulti, rende possibile l’abbandono della frenesia dell’etere, per stare semplicemente in un incontro fatto di persone e non da parole scritte su un monitor o da immagini non a fuoco che rimandano ad un viso più o meno conosciuto.
Nell’incontro di oggi, la legittimazione delle diverse sensibilità emotive ha consentito a tutti i presenti di guardarsi a vicenda in un modo diverso, molto diverso da come ci si guarda e ci si ascolta ‘online’. Nella stanza l’atmosfera era calda, gli occhi di alcuni erano più lucidi di quelli di altri, le parole acquisivano pesantezze diverse, i gesti erano in armonia con il gruppo. La capacità di alcuni partecipanti di essere più in contatto con le proprie emozioni ha facilitato gli altri in questo cammino verso se stessi, verso il proprio sentire e verso una consapevolezza più piena di sé. In quel frangente era possibile per i ragazzi riconoscere chiaramente il proprio punto di vista ed esprimerlo, senza sentirsi minacciati da quello diverso del compagno vicino. La certezza del proprio vissuto rendeva inutile ogni tentativo di consigliare, convincere, trovare risposte giuste, proprio perchè ognuno si sentiva libero di trovare la propria, la risposta giusta per sé.
Le giovani donne ed i giovani uomini, che frequentano oggi le scuole superiori, vivono l’incontro emozionale con tanta curiosità, come se non ci fossero abituati, ma ne sentissero l’utilità e questo mi stimola ulteriori riflessioni. Il bambino appena nato è assolutamente a contatto con i propri bisogni ed i propri vissuti, poi con la crescita si spoglia progressivamente di quella spontaneità per andare incontro alle richieste esterne della famiglia, degli amici, della moda, dell’etere.
Forse lasciare che permangano nella vita delle giovani donne e dei giovani uomini, ma anche dei così detti adulti, spazi in cui ci sia la possibilità di stare nelle emozioni del qui ed ora senza il bisogno di rifugiarsi nello sguardo al monitor del proprio smartphone, è consigliabile in un mondo in cui sempre più spesso si osservano persone, che pur essendo tra loro vicine, non si ‘incontrano’; che pur urlandosi addosso non si sentono, che si giudicano in silenzio mascherandosi dietro a sorrisi di convenienza o che si spengono silenziosamente oppure con clamore perchè troppo sole con i loro problemi.

Come sarebbe bello se in ogni giornata ci fosse almeno un momento in cui ognuno possa sentirsi libero di dar voce a quel che sente veramente e riuscisse a farlo nell’incontro con l’altro .... e non solo lanciando un twit!

Come sarebbe salutare .... incontrarsi di più e più a fondo.

sabato 9 giugno 2012

Vino fa buon sangue: davvero?... alla guida?


Da più di un anno mi occupo di tenere dei corsi info-educativi sul tema 'Alcol e Guida' per persone fermate alla guida in stato di ebbrezza e devo dire che sono moltissime le riflessioni e gli apprendimenti che ho maturato in proposito.
Dal 2011 questi corsi sono obbligatori in Emilia Romagna per tutti coloro che, fermati dalle Forze dell'Ordine, sono stati trovati 'ebbri' alla guida, ovvero con una concentrazione di alcol nel sangue superiore a 0,5 g/l o, in caso di neo-patentati e autisti professionisti, superiore a 0,0 g/l.
Non è facile costruire un buon clima di gruppo con persone che vi partecipano perché obbligate dalla legge. Questo presupposto è sovente una delle cause del 'malumore' generale con cui questi gruppi si aprono. Nell'aria dell'incontro aleggiano rabbia, rancore, vergogna e paura di essere giudicati, che spesso portano i partecipanti a sentirsi vittime di una concatenazione di eventi. E' facile che gli incontri inizino con dei tentativi più o meno decisi di sminuire l'accaduto e/o di attribuirne la responsabilità alle istituzioni, descritte come troppo rigide, interessate solo a ricavare un guadagno, multando gli automobilisti e comunque complici nella pubblicizzazione e nella commercializzazione delle bevande alcoliche. Nonostante queste partenze, spesso faticose, è però interessante vedere come il clima del gruppo poi evolva e come l'incontro delle persone e la condivisone delle loro esperienze, consenta di osservare le varie opinioni con occhi diversi, costruendo insieme una visione più completa e più complessa dell'argomento.
Uno dei temi faticosi di questi incontri è il rapporto con l'alcol.
Essere inviati dall'Autorità Giudiziaria a partecipare ad un corso info-educativo sull'alcol, è da molti partecipanti vissuto come stigmatizzante ed allusivo alla presenza di un problema di alcolismo.
Rispetto a questo, credo che sarebbe interessante approfondire che significhi questo termine, tanto temuto e stigmatizzante, quanto confusivo e poco chiaro al giorno d'oggi. Del resto in presenza di una legge che vieta la guida in stato di ebbrezza con l'obiettivo di 'creare' strade più sicure, è difficile escludere a priori che colui o colei che supera tal limite non abbia perso, almeno in parte, il controllo su un proprio comportamento... aspetto questo altamente correlabile ad una condizione di 'dipendenza'.
Mi chiedo inoltre quanto un limite di alcolemia di 0,5 g/l risulti aleatorio, crei confusione rispetto a cosa significhi 'bere il giusto', espressione questa che trovo oltremodo fuorviante e pericolosa..... laddove il concetto di 'giusto' cambia costantemente in relazione a colei o a colui che lo formula e, parlando di alcolemia, l'andamento di questo valore cambia non solo in rapporto alla quantità di alcol ingerita, ma anche alle caratteristiche fisiche e psichiche del consumatore.
Pensando a strade e ad auto, è innegabile che 'guidare' comporti grandi poteri: velocità, forza, anche distruzione... basti fare attenzione allo spropositato numero di animali, che giacciono ai lati delle strade .. senza vita e agli incidenti stradali che sono nel nostro paese la seconda causa di morte...la prima tra le fasce più giovani. Come viene detto nel film dell'uomo ragno: "Da un grande potere derivano grandi responsabilità", ed è naturale chiedersi cosa impedisca talvolta alla persona di farsene carico.
Quando si parla di alcol è poi inevitabile imbattersi in un mare di contraddizioni. Basti pensare al detto 'vino fa buon sangue', che nulla ha a che vedere con la tossicità innegabile della molecola alcolica, che è rintracciabile nella birra così come nei prodotti per pulire vetri e pavimenti.
Eppure ancora oggi alcuni medici 'prescrivono' un bicchiere di vino al giorno, dicendo che 'fa bene'. Non si può negare che nella soluzione liquida del vino siano presenti ANCHE sostanze che, individualmente possono essere funzionali all'organismo, ma che nella bevanda alcolica sono comunque mescolate con molecole di alcol. Ai miei occhi sarebbe un po' come dire che un bicchiere di acqua, sostanza necessaria e benefica per la vita e la sopravvivenza, con dentro 5 o 6 gocce di detersivo per i piatti, faccia bene. Chi sarebbe pronto a sottoscriverlo? Chi sarebbe desideroso di bere quel bicchiere, anche ammesso che il sapore fosse gradevole?
E allora perché tanta fatica a riconoscere questa verità scientifica persino da parte di alcune figure sanitarie?

lunedì 9 aprile 2012

Equilibri del volere..

A volte ci sono quelle giornate in cui mi sveglio e fatico a collocarmi. Guardo la mia vita e osservo i traguardi raggiunti, le soddisfazioni, le sicurezze. Allo stesso tempo sento in me una brama di rischio, di buttarmi in cose e dimensioni nuove, meno certe, a tratti persino pericolose, forse minacciose per alcune delle mie sicurezze.
Eccola lì la bilancia che a tratti si inclina verso la sicura consapevolezza di ciò che sono e a tratti poi pende invece verso la dimensione del possibile, del nuovo, dell'insolito, a momenti minaccioso, in altri decisamente conturbante.
Mi chiedo se queste 'voglie' di nuovo siano davvero minacciose, davvero compromettano il senso di sicurezza, o se semplicemente vadano a modificare potenzialmente gli 'oggetti' della propria sicurezza. Perciò mi chiedo: il senso di sicurezza è strettamente vincolato ad oggetti, prove materiali della stessa (un lavoro, un partner, una casa..) oppure si può pensare che sia qualcosa di meno misurabile e più insito nella natura stessa dell'individuo?
Quanto ci sentiamo sicuri?
Quanto ci sentiamo pronti a non farci imbrigliare da certi 'oggetti di sicurezza'?
Quanto riusciamo a pensare alla sicurezza come ad un processo in continua vestizione piuttosto che come ad un posto prenotato nel solito ristorante o nel solito albergo?
La sicurezza dov'è? Mi libera o mi costringe?

venerdì 6 aprile 2012

I bisogni dell'altro, io, riesco davvero a vederli e legittimarli?

Per circa un anno mi sono occupata di orientamento al lavoro di persone in carico al Servizio si Salute Mentale. Il Progetto, gestito da un Ente di Formazione locale, prevedeva l'affiancamento ed il supporto della persona nella sua ricerca del lavoro. La metodologia utilizzata era sperimentale ed era stata importata dagli Stati Uniti. Si trattava del metodo IPS Individual Placement Support, che si centra sulle risorse della persona, supportandone le autonomie e la motivazione. L'idea è quella di promuovere l'empowerment dell'individuo e la fiducia nelle sue capacità, accompagnandolo in un percorso da lui disegnato e rispettandone le preferenze.
Mi rendo conto che ciò che scrivo sembra scontato, non lo è.
Troppo spesso a mio avviso, quando si tratta di persone in carico ai Servizi di Salute Mentale, il rischio più grosso è credere di aver concordato con la persona un obiettivo, laddove invece l'obiettivo è nostro, del Servizio e la persona, 'assistita' dal Servizio, accetta per 'impotenza appresa', ovvero perchè abituata a considerarsi incapace di fare scelte adeguate per se stessa. Persino quando ti imponi di non decidere per l'altro, in certe situazioni è difficile sottrarsi, anche perchè se l'altro è abituato a disconoscere la propria expertise, sarà più facilmente compiacente sin da subito, disponibile, 'compliante'.
A questo proposito vorrei brevemente raccontare quanto mi è accaduto:
Una delle persone che ho incontrato nell'ambito di questo progetto, era un ragazzo giovane, con una diagnosi di schizofrenia. Inizialmente appariva ritirato ed apatico e piuttosto passivo nella relazione. Nonostante questo sin dall’inizio sono emerse una serie di potenzialità e risorse, nonchè una grande passione per la fotografia.
Sin dall’inizio la sua richiesta al percorso IPS è stata quella di lavorare insieme per migliorare le sue capacità relazionali nell’ambito dei colloqui di lavoro. Infatti lui segnalava che se, prima della malattia, si sentiva sempre a suo agio nell’incontro con gli altri, non era mai a corto di argomenti ed aveva un forte senso dell’umorismo, dopo l’esordio psicopatologico, l’approccio agli altri era diventato via via sempre più faticoso e problematico. Riferiva di passare molto tempo a casa propria, nella propria stanza e di avere pochi amici con cui si sentiva a suo agio.
Il suo desiderio era lavorare nel campo della fotografia.
Nel mio intervento con lui, visto il momento di crisi del lavoro ed il background sanitario di questa persona, ho deciso di puntare ad un’analisi del piano di realtà del mondo del lavoro. Lavorare nell’ambito della fotografia oggi giorno non è facile, bisogna essere molto intraprendenti, piuttosto spigliati ed avere diversi contatti.
Così ho puntato a cercare insieme a lui altri ambiti lavorativi, più funzionali alla sua ricerca, analizzando il suo curriculum scolastico e le sue esperienze professionali.
Lui è stato collaborativo e si è attivato, ha anche preso il patentino da carrellista, per cercare lavoro come magazziniere.
Io ero convinta di lavorare bene con lui, ma regolarmente lui non chiamava i numeri degli annunci, non inviava il suo curriculum oppure rimandava le telefonate… insomma, pur dicendosi motivato, lo appariva poco. Avevo anche provato a spronarlo attivamente, ma mi ero resa subito conto che questa modalità non funzionava, anzi lo portava a farsi ancora più passivo e meno collaborativo nella sua ricerca del lavoro.
Parlando con lui, lentamente ho capito il mio ruolo in tutto questo.
Presa dal mio bisogno di portarlo sul piano di realtà secondo me più percorribile, avevo scordato di legittimare e considerare anche quelli che erano i suoi desideri, gli ambiti del lavoro che appassionavano lui. In questo modo l’intervento che portavo avanti era da lui più subito che sentito come proprio. Lui non ci si riconosceva.
Questa presa di consapevolezza e la condivisione trasparente del mio errore con lui, ha favorito a mio avviso un decisivo cambio di marcia. Il mio legittimare il suo desiderio di lavorare nel mondo della fotografia, lo stargli accanto e supportarlo con fiducia su questo piano, ha contribuito a rinforzare la sua spinta a buttarsi. Poco prima dell’estate aveva così già realizzato un paio di servizi per una rivista, trovata da lui. Portava avanti dei reportage amatoriali con degli amici ed allo stesso tempo ha cominciato a candidarsi ed a fare colloqui per lavori di bollettatore, magazziniere, operaio e grafico. In queste occasioni fissava sempre con me un colloquio precedente per ‘allenarsi’ ai colloqui di lavoro, per arrivarci più sereno e sicuro.
L’alleanza tra noi due è decisamente aumentata nel momento in cui lui si è sentito riconosciuto e promosso in ciò che lui voleva realizzare, non in ciò che io ritenevo meglio e più sicuro per lui. Il fatto che io abbia cominciato a mandargli anche annunci di agenzie, studi fotografici, giornali che cercavano fotografi anche per brevissime collaborazioni o di associazioni no profit che cercavano collaboratori volontari, ha creato un profondo clima di collaborazione e fiducia tra noi due e questo è quanto.
Quanto siamo disposti a lasciare della nostra expertise per riconoscere all'altro la sua, specie quando l'altro ha alle sue spalle o nel suo presente una storia di disagio mentale? Sulla mia pelle ho realizzato quanto stare dalla parte del proprio cliente voglia dire innanzi tutto riconoscere e legittimare il suo bisogno, il suo punto di vista. In seconda battuta può essere efficace confrontarsi con lui sulle oggettive criticità, senza però 'passargli' quello che io penso sia per lui il 'modo' adeguato, l'obiettivo migliore......perchè quest'ultimo continua a restare il mio obiettivo e quindi crea incapacità, passività e dipendenza.

giovedì 9 febbraio 2012

libertà: come liberarsi di un gesto?

Il concetto di libertà è certamente abusato oggi giorno. Diventa troppo spesso sinonimo di trasgressione, devianza, violenza verso di sè e verso gli altri..a ben rifletterci.
E come mai spesso si confondono libertà e dipendenza?
Sono alcuni mesi che affianco alcuni colleghi nella conduzione di gruppi per fumatori che vogliono smettere di fumare. Sono gruppi organizzati dalle Aziende Sanitarie in collaborazione con Associazioni come la Lega per la Lotta contro i Tumori LILT per aiutare quelle persone che, affette da tabagismo, vogliono liberarsi dalla dipendenza.
La dipendenza dalle sigarette non è diversa da qualunque altra dipendenza, quando s'instaura prende il sopravvento e nullifica apparentemente ogni possibilità di riprendere il controllo del proprio comportamento rispetto al fumo.
Nei gruppi che sto incontrando emergono tutte le sfumature dell'uso del tabacco, del senso che per ogni fumatore ha il 'fumare' ed è incredibile notare come ognuno sia diverso. Ci sono persone che usano la sigaretta per 'staccare' dalle situazioni piene di tensione, fatica, frustrazione e ritagliarsi un momento per sè, altre che se ne servono per riempire gli 'spazi' vuoti, vuoti dal lavoro, dal 'da fare', dalla corsa... altri ancora la usano come strumento per accompagnare l'attesa, lo star fermi aspettando qualcosa o qualcuno, altri si servono del fumo come mezzo per 'darsi un tono' e questo avviene soprattutto nelle persone più insicure oltre che tra i ragazzi più giovani, in cerca di un'identità forte. Allo stesso tempo, con il passare dei mesi e degli anni il fumare diventa un'abitudine, data per scontata, propria della vita di tutti i giorni e per chi vuole smettere.... diventa difficile pensarsi senza il fumo, senza le sigarette che scandiscono la sua quotidianità.
Molte di queste persone arrivano ai corsi piuttosto preoccupate, temono di non farcela. Quello che mi colpisce sempre in queste prime fasi è la bassissima soglia di potere personale che queste persone si riconoscono, le espressioni: - "non ce la faccio", "non riesco", "è più forte di me", "non dipende da me" - sono ricorrenti, come se la persona si sentisse completamente impotente rispetto ad un semplice gesto: non mettere la sigaretta in bocca.
Trovo che buona parte del lavoro che si fa nei gruppi dei Centri Anti-Fumo CAF, sia appunto quello di restituire questo potere e questo controllo alle persone, allenandole ad osservarsi nel loro comportamento di fumatrici, per meglio comprendere quali siano i loro modi di fumare ed i bisogni che le legano al fumo. Sarebbe bello se poi tutte riuscissero ad occuparsi di questi bisogni senza dover ricorrere alla sigaretta, che a sua volta frustra il bisogno di salute dell'organismo.
La maggior consapevolezza, integrata con un piano di progressivo recupero del controllo del proprio comportamento, che implica la graduale disintossicazione dal fumo, aiuta la persona a scegliere come porsi rispetto al fumo, ad avere una chance di lasciarlo andare, abbandonarlo, pur consapevole di averne conosciuto il 'piacere'. Ed è proprio la memoria del piacere che.... non muore mai e rispetto alla quale è necessario vigilare, con benevola attenzione.
Infine quando si arriva agli ultimi incontri del gruppo, ciò che mi colpisce di più sono i volti dei partecipanti, essi appaiono distesi, freschi e leggeri. C'è chi dice che sia l'effetto benefico della disintossicazione dalle tossine del fumo, io penso che oltre a questo ci sia il senso di benessere, legato al recupero di quei primordiali meccanismi di 'auto-comprensione' e di 'auto-regolazione', che rendono ogni individuo davvero libero mediante comportamenti e scelte funzionali per la sua salute tutta.

venerdì 30 dicembre 2011

giudicare o lasciarsi stupire?

Credo che i regali di Natale siano un'ottima occasione di cogliere come siamo visti dagli altri, o meglio cosa gli altri si aspettino da noi.
Riflettevo oggi in particolare su come a volte chi ci è intorno sia certo di conoscerci profondamente e su come neanche per un istante metta in dubbio che, se sei donna, ti piacerà cucinare e che, se non ti piace, imparerai, oppure se sei un uomo gradirai dei cioccolatini al rum, e se non è così...che uomo sei??
Quanto si fatica ad approcciarsi al prossimo con curiosità, senza dar per scontato ciò che l'altro sia o debba essere, e quanta fatica si fa a crescere in un mondo dove, sebbene non sia scritto da nessuna parte, è un po' come se ogni esistenza sia tacitamente legittimata solo entro certi ranghi e nel rispetto di certi 'stereotipi'.
A questo proposito ricordo la mia visita ad una galleria d'arte nel cuore di Manhattan, sin dall'ingresso del grande appartamento intonacato di bianco, era intenso il profumo di...... terra, terra grassa, ricca, umida, come quella di un campo appena arato. L'appartamento era completamente pieno di terra ed i vetri alle finestre erano pieni di condensa.
Lo spettacolo era surreale, intenso, meraviglioso. Lo splendore era dato dalla meraviglia che si provava a quella vista, così insolita, inconsueta eppure trionfante, geniale.
Mi chiedo quanto concediamo alle persone di stupirci e piacerci allo stesso modo anche nello stupore, nell'insolito dell'esserci per quello che sono e non per quello che, noi crediamo, esse dovrebbero essere.
Se ci ripenso, non sono molti gli spazi e le relazioni in cui mi sia sentita concedere a priori la libertà di essere me stessa, per quello che ero, senza provare la sensazione di deludere aspettative o contravvenire a regole e norme 'scontate'.
Mi rendo invece conto che il più delle volte questa libertà è stata possibile perchè io per prima l'ho posta come condizione indiscutibile nelle mie relazioni, rifiutando di conformarmi alle aspettative o alle abitudini dei miei interlocutori.
In poche parole mi sono accorta che più io per prima mi libero di una serie di aspettative e costrutti verso me stessa, tanto più diventa un'esigenza profonda sentirmi libera dalle stesse 'briglie' anche di fronte allo sguardo dell'altro.
Sempre più mi accorgo che essere guardata e giudicata in base a stereotipi e pregiudizi mi ferisce, mi fa sentire non vista, non guardata per quello che sono, non ascoltata per quello che dico e che porto nella relazione e quando questo succede, sento solo una gran distanza dall'altro e questo mi rattrista.
Vorrei che le persone potessero guardarsi tra loro così come io ho potuto guardare quella distesa di terra, racchiusa in quell'open space di lusso al centro di NYC, con stupore, meraviglia, curiosità, ma soprattutto con lo sguardo scevro da schemi, paradigmi, e cornici pre-definite, rigide, imbriglianti.
Sarebbe più facile 'essere e basta' in un mondo del genere.

sabato 24 dicembre 2011

lo sguardo tenero

Mi è capitato di recente di avere la fortuna di fare alcune scoperte su me stessa. Di sentire e provare sentimenti ed emozioni che non avevo prima ascoltato, ai quali prima non avevo dato importanza, o più sinceramente sentimenti che non volevo riconoscere e riconoscermi.
Detto questo, trovo che sia stato fondamentale per me poter fruire di uno spazio d'incontro facilitante, che mi aiutasse a meglio centrarmi su me stessa.
Chi mi ha ascoltato era lì per me. Ascoltava senza giudizio, entrava delicatamente nei miei contenuti e mi aiutava a guardarli da tante diverse angolazioni. Mi ha portato a guardarmi dentro, ha facilitato uno sguardo pulito, scevro da giudizio, dai miei giudizi innanzi tutto.
Ho potuto così confessarmi sentimenti di amore ed odio che provo, che sento per persone che incontro. Sentimenti, entrambi, che mi mettono a dura prova....eppure in questo momento sento che c'è spazio e diritto anche per loro, per questa parte del mio sentire, prima scomoda, ora legittima... sento quanto sia potente riuscire a guardare a me stessa con tenerezza, persino quando ciò che sento, macchia un po' quell'immagine ideale di me che a lungo ho cercato d'imitare e perseguire.
In questo momento sento che rivolgo lo sguardo a queste mie sfumature, ai vissuti sottostanti, che scorgo ogni qual volta sento e riconosco una mia emozione e mi chiedo 'che dice di me? Sentirla qui, in questo momento, di fronte a questa persona cosa mi narra dei miei bisogni, dei miei desideri, delle mie paure?' ... e quindi mi accorgo che lo sguardo, prima proteso all'esterno, di nuovo torna a me, in un fluire delle cose, che è innanzi tutto fluire mio, del mio apprendimento su me stessa, della mia crescita.
In questo giorno di vigilia, mi accorgo di questo grande regalo che sto iniziando a scartare, che è lo sguardo tenero verso quello che sono, la benevolenza verso il mio modo di essere.
Qualcuno in passato ha scritto 'Niente è vero, tutto è permesso' - mi piace pensare che si riferisse all'unicità di ogni creatura, all'infinito numero di possibilità di essere ed all'assurdità di pensare per assolute verità, spesso ingombranti, scomode, lontane da quello che si è, ma soprattutto da quello che si sente.
Buon Natale!

mercoledì 5 ottobre 2011

fascino dei mulini a vento

Stavo pensando a certe 'trappole' in cui mi è capitato di cadere, a quanto mi sia sentita bloccata entro una situazione impossibile, paradossale, in cui ognuna delle uscite contemplava il fallimento, mentre il restare 'in gioco' portava per definizione al logoramento lento e progressivo.
Forse sto parlando di una sorta di lotta contro i mulini a vento, laddove smettere talvolta significa riconoscere l'inutilità del proprio gesto, la forza dei propri limiti, la potenza dell'opinione pubblica e dove... continuare, perseverare porta, alla lunga, allo sfilacciamento della propria salute, fisica, mentale, sociale, spirituale che sia.
Ricordo che per anni ho vissuto cercando d'incarnare due frasi, che mi erano rimaste impresse. La prima l'avevo trovata scritta su di una maglia abbandonata per strada nella città di Padova, recitava così: 'Never stop the action', una sorta di monito a non fermarsi mai, a continuare... decisamente in linea con il ritmo della nostra società; l'altra era una frase, che era stata scandita a piena voce da un personaggio di una soap-opera e che io avevo sentito quando ancora vivevo con mia madre. Questa seconda frase recitava: 'La perseveranza è la madre del successo' ed io, appena l'avevo udita, ne avevo sentito la forza e la decisione, l'avevo subito fatta mia.
In un certo senso mi trasmetteva un senso di potenza, di possibilità di fare qualunque cosa...se mi ci fossi messa, non riuscivo ancora a vedere il significato (al negativo) che questa frase portava con sé, ovvero: 'se non raggiungi l'obiettivo, significa che non ti sei impegnato abbastanza' ed ora che lo scrivo ne sento tutta la violenza, la rigidità ed il giudizio insito in questa frase.
Ora sono qui a chiedermi, quand'è il momento invece di onorare un proprio limite e ritirarsi da un gioco, così da permettersi di entrare in qualcosa di nuovo? Quanto è difficile riconoscersi il diritto di 'mollare', quanto lo possiamo tollerare?
Se penso a me stessa, rivedo la fatica fatta per imparare ad accettarlo ed ancora oggi mi sento talvolta presa dal bisogno di riuscire, senza compromessi, di ottenere un certo risultato; ed ora qui, mentre scrivo, mi chiedo, che dice questo di me? Perchè certi obiettivi 'devono essere raggiunti?'
Sembra quasi che il non raggiungerli tolga legittimità all'esistenza, come se ci si fosse talvolta convinti....o ...si sia...stati convinti......che se non si raggiunga un certo risultato, se non si conquisti un certo obiettivo.....non abbia senso nulla....non vada bene.....non si vada bene. E mentre scrivo mi accorgo di quanto poco rispetto ci sia per sé stessi, per la legittimità dei propri limiti, che fanno parte di noi e che troppo spesso nessuno ci ha insegnato ad onorare. Io stessa sento la fatica di ammettere che la perseveranza coatta e cieca logora, consuma, disumanizza e di per sè toglie sapore, spessore e valore all'obiettivo, rende ciechi a tutte le altre strade che s'incrociano e che non si colgono.
Mi ha sempre colpito la preghiera che si recita alle riunioni dei gruppi di auto-aiuto per alcolisti anonimi, recita: "concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare quelle che posso cambiare e la saggezza di riconoscere la differenza", credo che se riuscissimo ad avere tanta saggezza, tanta consapevolezza di noi stessi, tanto amore per le nostre potenzialità e per i nostri limiti, non cadremmo più nelle trappole dei mulini a vento, che troppo spesso sono ovvie per chi osserva, ma non altrettanto per chi è immerso nella battaglia. Ma il punto non è nemmeno questo, siamo noi gli unici a poter rispondere davvero alla domanda: sto rispettando me stessa, con tutto ciò che sono? sto onorando le mie risorse ed i miei limiti? Li accetto? E se non riesco ad accettarli, che paure si nascondono in essi? Che vorrebbe dire per me ammettere di averli?
Il mulino a vento a vedersi affascina, il primo che ho visto è in questa fotografia e mentre lo osservavo e ci giravo intorno pensavo: è solo un mulino!
Sembra sciocco...eppure mi ci sono voluti anni per liberarmi dal fascino della battaglia impossibile, della battaglia che ha valore in se stessa, sebbene non abbia prospettive concrete, perchè dice a tutto il mondo, in primis a se stessi: ci stai provando!.....anche quando sanguini e non hai più fiato.

giovedì 25 agosto 2011

spazi di vita selvaggia



Di recente, grazie ad un viaggio all'estero, mi sono imbattuta in uno strano giardino. una metà era decorata da aiuole ordinate, fiori dall'abbinamento cromatico ricercato, cespugli finemente sagomati ed erba tagliata, l'altra metà era assolutamente selvaggia, intricata, densa, con steli d'erba freschi attorcigliati a quelli secchi e fiori di campo che qua e là lottavano per mostrarsi alla vista. Quel giardino, per altro attorno ad una chiesa dalle origini piuttosto antiche, portava un cartello 'esplicativo'.... che spiegava come deliberatamente si fosse scelto di lasciare una parte del giardino alla vita selvaggia, a haven for wildlife...
Quella scritta mi ha fatto pensare, l'ho sentita vicina..... Chi ha deciso che sia più bello un giardino ordinato e 'manufatto, rispetto ad uno 'abbandonato' a se stesso'? Già la parola abbandonato gli attribuisce un senso di degrado, di caduta.....di resa..... Che cosa si perde rinunciando a lasciar fare alla natura? Alla natura delle piante, dei fiori..... alla natura delle cose?
Mi ha colpito come questo pensiero tanto semplice, fosse di fatto per me così 'rivoluzionario', nuovo...forse per il paese e la cultura da cui provengo, forse per il mio carattere...ed allo stesso tempo ho realizzato il dono prezioso che stavo ricevendo....ovvero: un nuovo punto di vista, più aperto, più possibilista, più tollerante.
Dove releghiamo il nostro spazio per la vita selvaggia? Per quella spontaneità talvolta trasgressiva, altre volte socialmente scomoda, altre ancora....faticosa d'assecondare, solo perchè ci porta verso direzioni nuove e poco chiare?
Mi sono resa conto che la cultura del controllo di tutte le variabili, non è semplicemente poco realistica, ma è diventata deleteria ed ha condizionato pesantemente la capacità della persona di guardare al 'disordine' materiale, fisico, mentale con occhio incuriosito, affascinato, compassionevole, fiducioso.......questo accade specialmente con le persone che ci circondano. Vero è che la cultura crea schemi di costruzione della realtà che con estrema facilità diventano assoluti e che bloccano l'apertura alla diversità, agli altri modi di vedere o fare una cosa....
Il viaggio è uno strumento efficace per continuare o imparare a vedere più di un punto di vista... il contatto con culture diverse mi allena a guardare allo stesso fenomeno con più occhi, ed il viaggio nelle relazioni autentiche con gli altri...... beh.....sortisce lo stesso effetto.
Sento il bisogno di coltivare il mio paradiso per la vita selvaggia, quella fatta di spontaneità, emozioni immediate, impulsi nuovi ed inattesi, movimenti liberatori e fluidi, scelte apparentemente irrazionali...ma sentite, spazi....lasciati liberi di essere... persone accettate per quello che sono.
Quanto è pacificante tutto questo!
Quanto è in armonia con la natura!
Quanto esprime fiducia per la vita e per la sua ciclicità!

martedì 26 luglio 2011

la strada che sento



Oggi mi sono fermata a pensare a come le direzioni che prendiamo e la sicurezza che ci da imboccare una strada....in realtà...cambino di continuo.
Mi sono accorta di come per tanto tempo sia stato facile non pormi particolari obiettivi e vivere alla giornata.
Quando esci di casa e sperimenti l'autonomia completa, trasferendoti lontano dalla famiglia..credo che hai la grande occasione di misurarti con le tue forze e con te stessa in modo profondo. Un contesto nuovo, una nuova rete da costruire, un nuovo lavoro da cercare..queste ed altre esigenze mi hanno spinto a trovare il modo di 'costruire' parte di quello che sono oggi.
Guardandomi indietro credo di essere progressivamente passata dallo 'sbarcare il lunario' allo scegliere di cosa volessi occuparmi. Inizialmente il bisogno di lavoro era tale che qualunque cosa andava bene, eppure, se ci ripenso vedo che in ogni esperienza ho maturato delle competenze, in ogni lavoro ho conseguito degli apprendimenti. Ho lavorato con bambini portatori di diagnosi e difficoltà diverse, sono stata a stretto contatto con la devianza, con la trasgressione degli adolescenti e dei giovani adulti, ho affiancato nelle loro fatiche e nel loro dolore donne, che si prostituivano per aiutare la famiglia o perchè soggiogate da minacce e ritualità difficili da comprendere per la nostra cultura 'occidentalizzata', ho lavorato in carcere, ho conosciuto la sofferenza del senso di colpa, la frustrazione delle provocazioni, la falsa innocenza..ed anche quella vera, che non si proclama nemmeno più. Nella mia tarda adolescenza ho lavorato anche dietro al bancone di un bar, ho visto migliaia di visi negli orari più disparati ed ho ascoltato le confidenze più diverse, le storie più strane.
Ora sono qui, che ripenso a tutte queste esperienze, negli ultimi anni pensavo che portassero tutte in un'unica direzione, ad un'unica professione, in un unico luogo, ma ultimamente è come se la strada si aprisse, si suddividesse in strade diverse. Ricordo la poesia di Robert Frost, che parla di un uomo che, di fronte ad un bivio, prese la strada meno battuta, quella che non portava alle sicurezze assolute ed alle decisioni semplici ed immediate, ma che si apriva ad una successione di curve imprevedibili e prometteva semplicemente il cambiamento, continuo, costante. Quello che voglio dire è che oggi mi sono fermata e mi sono chiesta se il mio tendere nella direzione in cui sto andando... stia effettivamente diventando per me più un dovere che un piacere... e quello che mi stupisce è che pormi questa domanda, invece che gettarmi nel panico e nell'incertezza, mi solleva da un senso di pesantezza e mi fa sentire più libera ed aperta.....a quello che succederà..
Credo sia bello, importante avere degli obiettivi, ma mai come in questo momento ho sentito i rischi connessi a centrarsi verso un 'Arrivo'..come se solo da quello dipendesse la propria realizzazione. Ora sento che per me è meglio esplorare le strade sterrate della campagna con la mia bicicletta, sentire il profumo dell'aria entrarmi dentro e perdermi a guardare i colori e le sfumature delle cose... lascio ad altri la corsa nell'autostrada mono-direzionale, io voglio dare fiducia al mio ritmo ed al mio intuito.

giovedì 14 luglio 2011

Abbracci caldi o freddi?



Mi riscopro a pensare alle relazioni, specie a quelle familiari. A quante energie genitori e figli spendono ed investono nello stare in famiglia, nel far parte di essa, in modo più o meno consapevole, più o meno ambivalente.

Da bambina avevo una strana attrazione per i 'quadretti familiari', mi piaceva osservare quelle famiglie 'girovaghe', che portavano i figli a fare viaggi, escursioni, che li portavano a mangiare fuori, che li coinvolgevano nei discorsi e che s'interessavano del loro stato d'animo. Mi perdevo a guardare quelle relazioni così piene nella gioia e nel dolore, dove bambini ed adulti si scambiavano abbracci e parlavano 'con il cuore in mano', parlavano del dolore, del dispiacere, parlavano di amore, di gioia, parlavano di emozioni, parlavano di quello che sentivano proprio da persona a persona e non da adulto a bambino, nè da genitore a figlio. Sentivo un profondo rispetto in quel dialogo 'alla pari'.
Eppure, più ci penso e più mi accorgo che non si trattava tanto di ciò che veniva detto, ma di ciò che intuivo, ovvero del 'calore' che sentivo nelle parole, della tenerezza degli sguardi, della decisione pacata con cui un pensiero, un vissuto veniva espresso. Sento che è soprattutto questa dimensione che crea il calore che contraddistingue certi incontri e certi abbracci.

Lavorando con gli adolescenti, ma anche con gli adulti, mi accorgo di quanto questo 'precoce' allenamento al dialogo emotivo, al confronto consapevole con il proprio sentire, sia una risorsa preziosa per muoversi nel mondo ed, a maggior ragione, per muoversi verso l'altro.
In passato mi è capitato di assistere ad un intervento di mediazione con una coppia di coniugi. Immancabilmente nel momento in cui la moglie esprimeva la sua sofferenza di fronte ad un atteggiamento del marito, lui sorrideva, la guardava e poi le faceva una domanda che nulla aveva a che fare con le emozioni, i vissuti espressi in quel momento particolare dalla signora. Di fronte a questo atteggiamento così difensivo, ho potuto toccare con mano l'estremo analfabetismo emotivo di quell'uomo, che non riusciva ad ascoltare ed a cogliere il vissuto della moglie e che in maniera goffa ed infantile cercava di uscire da quella situazione per lui faticosa e confusa. "Non ci so stare con il dolore di mia moglie, sentire il suo dolore è straziante ed inutile e preferisco evitarlo" - aveva poi dichiarato lui in un colloquio individuale. Questa espressione mi aveva fatto pensare ad un 'abbraccio freddo', di quelli che, pur avvolgendoti, non ti riscaldano e non ti fanno sentire vicino a qualcuno, ma solo cinto da qualcuno, che non riesce a sentirti.

Mi chiedo quante siano le persone che portano in sè questa fatica, che di fronte all'emozione altrui 'svicolano', 'glissano' in modo più o meno elegante, che si difendono così rigidamente dal sentire altrui e dal proprio, perchè non sono stati abituati a sentire ed a sentirsi. E considero quanto sia importante saper accogliere queste loro difficoltà, per aiutarli in un percorso di recupero del contatto con se stesse.

Infine mi chiedo che genitori riusciranno ad essere quelle persone, che sono inconsapevoli della propria alienazione? Che capacità avranno di aiutare i loro figli a non perdere di vista la ricchezza della loro vita emotiva? Come verranno accolte le emozioni dei loro bambini? Come faranno quei bambini ad imparare a riconoscerle ed a riempirle di significato?
Forse non resta che sperare che ai bambini arrivino vari tipi di abbracci, da persone diverse e che in questo carnevale di intimità più o meno emotive, queste ultime siano numerose, anche se discontinue.

venerdì 3 giugno 2011

nel verde e nel silenzio



Sento quanto sia importante per me ritagliare spazi di quiete e di ritrovo di me stessa, immergendomi nel verde e nel silenzio. Forse è questo contatto con la natura che mi rende più facile tornare a me, sentire l'armonia della mia esistenza e dello scorrere della vita.

Passeggiare nella campagna, spazzolare un cavallo, giocare con un cane, stare soli nel silenzio..l'assaporare tutto questo, mi accorgo, mi riporta a me, alla naturalità delle sensazioni e delle emozioni, a quel livello di mentalizzazione sufficiente e non abusata, non difensiva, non contorta, ma funzionale.
Immersa nella natura sento il mio corpo, lo sento di più, sento i muscoli tendersi durante una salita, il bruciore dello stomaco per la fame, i rumori dei piedi nelle scarpe, il peso dei capelli, il sudore sulla nuca. Tutto questo lo sento di più, ci faccio più attenzione, mi dedico più attenzione.

Credo che ci siano tanti tipi di solitudine, c'è chi li descrive come livelli diversi, dati dalla fuga dagli altri, dalla fuga dalla realtà, dall'incapacità di giocarsi nella relazione e dal bisogno di tornare a sè, al proprio sentirsi e conoscersi.
Sento che è quest'ultima solitudine che cerco nel verde della collina, mentre guardo il panorama e senza fatica rifletto sulle direzioni in cui mi muovo, sul lavoro che faccio, sulle cose che imparo e tutto questo è accompagnato dalla quiete e dal sole. Ricordo quel brano del romanzo di Susanna Tamaro, 'Va' dove ti porta il cuore', in cui la protagonista si siede ai piedi di un albero, le formiche si arrampicano su di lei, che resta immibile, con gli occhi chiusi, immersa in una meditazione solitaria, eppure così in simbiosi con la natura che le sta intorno......sento che anche quella era una solitudine accompagnata, in cui il silenzio..era pieno di movimento.

... e poi mi viene da pensare a chi non è abituato a prendersi questi spazi, a chi non è in grado di farlo, a chi fugge solitudine e silenzio, mi chiedo che succeda loro quando ci si trovano....quali rumori e sensazioni affiorino dentro di loro, quale fatica sentano alcuni di loro nel semplice 'stare' con queste parti della loro natura, del loro essere, del loro sè.
Qualcuno ha detto che ci sono parti di noi destinate a restarci oscure, inconoscibili... personalmente credo che semplicemente se continuiamo a pensarla in questo modo....non le conosceremo mai, nè mai le accetteremo nè le legittimeremo.
Che il silenzio, quando riusciamo a tollerarlo con la giusta dose di piacere, non sia davvero una ricetta contro l'alienazione da noi stessi?
Penso che per coloro che lo vivono come minaccioso, essere accompagnati da qualcuno anche nel silenzio potrebbe rappresentare un passo importante verso il contatto con se stessi e con il proprio movimento interiore.
..e la relazione, pur nel silenzio, è ancora una volta la cura!

giovedì 20 gennaio 2011

Se non coltiviamo l’impotenza...

Sto familiarizzando da alcuni anni con un concetto di salute diverso da quello che conoscevo, che mi era stato insegnato. Se già nel 1986 la Carta di Ottawa dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sottolineava una nuova visione della salute e della sua promozione, devo ammettere che solo negli ultimi anni sono riuscita a ‘digerire’ ed a rendere mio questo apprendimento. Sembra davvero che l’esperienza personale e lavorativa, più della teoria, mi abbia aiutato a capire fino in fondo cosa sia la salute, su quali equilibri delicati si muovano le nostre scelte, quelle che diciamo di fare per il nostro bene, perchè ci ‘fanno stare bene’.

Da qualche tempo collaboro con un Centro Regionale, che si occupa di Prevenzione e Promozione della Salute. Quando le classi di studenti delle scuole primarie e secondarie si siedono nelle aule del Centro e guardano me ed i miei colleghi, nell'attesa di una lezione frontale in cui si aspettano che venga spiegato loro cosa è giusto e cosa è sbagliato, mi ricordo della grossa confusione che io avevo in merito, quando avevo la loro età e desideravo spesso e volentieri essere guidata ed affidarmi a qualcuno che mi desse le risposte giuste. Oggi so che non ce ne sono, che non c’è un giusto nè uno sbagliato che esistono in modo assoluto ed astratto, so che esiste il mio relazionarmi ad una certa situazione ed il mio sentire rispetto ad essa, il valore che io le attribuisco e la scelta che farò in merito, spero davvero la più giusta per me.
L’approccio del Centro spiazza i ragazzi, generalmente in modo positivo, nel momento in cui noi operatori proponiamo loro di mettersi in gioco, di dirci loro cosa sanno, cosa hanno visto, cosa pensano. Molti restano a lungo in silenzio, sembrano più che imbarazzati, proprio disabituati a prendere l’iniziativa, o meglio, a vedersi riconosciuto il diritto di prenderla e quando si parla di stili di vita, è difficile non parlare di scelte ed iniziative personali, consapevoli, responsabili.
Come mai è difficile lavorare sul tema della Prevenzione? Come mai è difficile trasmettere alle persone, giovani o mature che siano, la consapevolezza che possono davvero avere un ruolo determinante sul loro star bene, non solo di oggi ma anche del futuro? Come mai il più delle volte si finisce con il non bere alcol per paura che la sera stessa venga ritirata la patente e non per la consapevolezza che sia una sostanza che comporta dei rischi per il nostro organismo, che incide profondamente sul nostro modo di stare con gli altri e con noi stessi? Come mai non capita di pensare come un gesto quotidiano come mettere due cucchiaini di zucchero nel caffè porti, a fine anno, ad avere assunto più di un barile di zucchero, in una società divorata da malattie come il diabete o il cancro, che sono correlate alla modalità d’assunzione di questo alimento? Come mai l’essere sovrappeso o addirittura l’obesità sono tendenze in aumento nel nostro paese quando, specie quest’ultima, è correlata ad una elevata quantità di patologie, da quelle cardiocircolatorie a quelle oncologiche?

La mia sensazione è che sia difficile dirsi che sta a noi pensare alla nostra salute, forse perchè non siamo stati troppo abituati a farlo. Da anni ci sono esperti professionisti riconosciuti, con numerosi diplomi appesi alle pareti dei loro studi. È quasi facile affidarsi a loro quando si è malati, ma essi non possono intervenire là dove iniziano i problemi, là dove siamo noi a scegliere per noi stessi, spesso senza rendercene nemmeno conto, o facendoci consigliare o seguendo la scia lasciata dagli altri.
Questa condizione, che non considero esclusivamente correlata al periodo adolescenziale, ma che sento piuttosto diffusa tra amici, coetanei, colleghi, mi richiama alla mente un concetto che mi spaventa profondamente, quello dell’impotenza acquisita di Seligman e Maier. Si tratta della certezza di essere impotenti rispetto al proprio benessere ed alla propria salute, quella certezza di non avere il controllo sulla propria salute e quindi, di non esserne i primi responsabili. L’impotenza acquisita non è generalmente qualcosa di consapevole, viene piuttosto percepita dalla persona come una dato di fatto, è connessa ad un atteggiamento passivo verso i fatti della vita, di fronte ai quali l’individuo non confida di poter modificare l’andamento delle cose con le proprie azioni e riconosce ai fattori esterni il principale ruolo nel controllare e determinare gli esiti di una certa situazione. Voglio farne qui un esempio: con i ragazzi delle scuole medie mi capita spesso di utilizzare il gioco di ruolo, che è uno strumento in grado di attivare reazioni emotive profonde e di rendere attuali i conflitti che sono in gioco in determinate situazioni. Parlando di alcol ad esempio, propongo ai ragazzi d’inscenare una situazione tipo, in cui un ragazzo, che aveva promesso ai genitori di non bere alcolici, guadagnando così la loro fiducia, una volta raggiunto il gruppo di amici, fatichi a tener fede alla promessa fatta. Durante la fase delle considerazioni in merito alla scena rappresentata mi ha colpito molto che, nella maggior parte dei casi, siano gli amici ed i genitori del ragazzo ad essere ritenuti responsabili della sua condotta, i primi, perchè l’hanno tentato, insistendo e deridendolo, quasi ‘costringendolo’ a bere, i secondi perchè l’hanno lasciato uscire di casa e perchè si sono fidati di lui. Il ragazzo è quasi sempre visto come la vittima impotente.

Questa visione delle cose mi lascia perplessa e mi riporta a questo mio tema della salute, a quel concetto così variegato e così difficile ancora per molti da collegare, non semplicemente all’assenza di malattia, ma ad una dimensione di equilibrio e di benessere percepito che, oltre ad essere fisico, sia anche psicologico, relazionale e, perchè no, spirituale. Credo che molto spesso le ultime tre dimensioni, di certo le ultime due, siano poco considerate, che non siano abbastanza consapevoli il più delle volte. Dal momento che se un bisogno, una forza motrice qualunque non è consapevole....beh allora....generalmente è fuori controllo, agisce da sola ed il delicato equilibrio si perde, penso che sia impensabile perseguire la propria salute laddove se ne ignorino le componenti.

Attraverso questa esperienza lavorativa, mi sto rendendo conto di quanto ci sia bisogno di facilitare la consapevolezza dei bisogni e delle necessità e di favorire l’apprendimento di come le varie sfaccettature della salute siano estremamente collegate tra loro. Promuovere la salute per me significa proprio questo, consentire ad ogni persona di esercitare un maggior controllo sulla propria salute e rinforzare la sua fiducia nel poterla migliorare.
Sono convinta che laddove l’individuo si riconosca capace di influire in modo determinante sul proprio corpo, sul proprio ambiente, sulle relazioni e sulla società, egli potrà attingere in modo consapevole alle proprie risorse personali e perseguire in modo funzionale il proprio benessere. Tuttavia se manca questa consapevolezza, egli rischia di dipendere completamente dagli altri, esperti o non esperti che siano, nella sua relazione con il proprio organismo, nel rapporto con gli altri e con se stesso, scordandosi così delle proprie risorse, delle proprie competenze e disimparando l’ascolto di sè, senza forse nemmeno rendersene conto.
Questa possibilità è davvero avvilente.

domenica 19 settembre 2010

il senso del lavoro sulla relazione in carcere

Ho iniziato ad occuparmi di gruppi in seguito ad una richiesta della Direzione della Casa Circondariale della mia città. Lavoravo in carcere già da qualche anno, occupandomi di orientamento dei detenuti ai Servizi del territorio reggiano e, da pochi mesi, avevo iniziato l’attività di psicologa per l’AUSL, occupandomi di accoglienza dei detenuti nuovi giunti e di percorsi individuali di accompagnamento e sostegno alla detenzione.
La richiesta fattami prevedeva di stendere un progetto d’intervento di gruppo, consistente in incontri almeno quindicinali con una ventina di persone detenute, recluse entro il reparto dei ‘protetti-differenziati’.
Ero a digiuno di psicologia di gruppo; non potevo basarmi su una vasta esperienza professionale, se non qualche docenza che avevo tenuto nella scuola media-superiore ed universitaria e che non era certo riconducibile ad un intervento di tipo clinico, ma esclusivamente formativo. Così mi chiedevo cosa avrei fatto io con un gruppo del genere, come si poteva lavorare con simili persone.
Presa dal desiderio di fare del mio meglio, avevo cominciato a raccogliere e leggere diverso materiale sugli interventi con i gruppi, inoltre avevo cercato della documentazione sull’intervento specifico con questa tipologia di detenuti, che reputavo fondamentale conoscere per poter creare un progetto su misura. Ero sicura che se mi fossi creata una conoscenza approfondita sugli studi criminologici realizzati su questa particolare popolazione di offender, avrei potuto strutturare degli incontri su misura per loro, riuscendo a prevederne contenuti, risvolti e caratteristiche di processo.
E così ho raccolto un bel bagaglio di nozioni: con il termine protetti-differenziati s’intendono quei detenuti che non possono vivere nelle sezioni comuni, perché hanno tenuto comportamenti contrari all’etica della maggioranza della popolazione detenuta (compiere reati di natura sessuale, in special modo la pedofilia, o collaborare con la giustizia). Sono quindi riuniti in apposite sezioni e, per restare “differenziati” dagli altri, non hanno contatti con il resto della popolazione detenuta, essi vivono, mangiano e vanno all’aria sempre e solo tra di loro.
Mi sentivo stimolata dalla sfida, ma allo stesso tempo un po’ spaventata e perplessa, mi chiedevo come avrebbero reagito quegli uomini, reclusi per reati così faticosi persino da immaginare, come avrebbero accolto l’iniziativa e che uso ne avrebbero fatto. Le nozioni apprese su questa particolare popolazione mi avevano inquietato non poco, mi chiedevo come si poteva gestire un gruppo simile, come contenerlo, limitarlo nelle tematiche che sentivo faticose soprattutto per me.
Dentro di me sentivo che realizzare degli incontri con i protetti, per consentire il confronto in un ambiente ‘protetto’, poteva essere un’azione importante, umana e potenzialmente terapeutica, ma allo stesso tempo pensavo a quello che avevo visto succedere alle persone in carcere e non ero certa che questi detenuti avrebbero partecipato.
Ad oggi la detenzione è intesa come semplice privazione della libertà, che non rimanda esclusivamente ad aspetti fisici, ma costituisce di fatto l’impossibilità per l’uomo detenuto di continuare ad esistere come attore sociale, relazionato al sistema ed all’ambiente di cui è parte. L’individuo ristretto, pur restando padre, marito, fratello, è costretto ad abdicare ai ruoli che riveste nella vita libera e, d’altro canto a questa spoliazione dei suoi ruoli si accompagna un’esperienza carceraria in cui tutto, dai tempi di colloquio, alle figure con cui egli si relaziona, riconduce costantemente ad un unico ruolo, quello del delinquente. Tale ruolo con i suoi significati rischia di espandersi, sottraendo spazio ad altre sfere e sfumature che costituiscono l’identità del singolo individuo, come se la detenzione facilitasse una definizione degli indicatori dell’identità in negativo, eliminando progressivamente punti di vista alternativi.
Nel mio lavoro con le persone detenute da sempre quello che mi colpisce di più è il loro ritiro e l’intensità del vissuto di disagio. La persona reclusa si trova in un costante stato di difesa e di diffidenza, privato di una parte dei suoi diritti ed alla mercè di una convivenza forzata il detenuto si difende costantemente e non si fida di nessuno. La brutalità della vita reclusa è fatta di tanti particolari che rimandano a milioni di maschere, utilizzate per fare buon viso a cattivo gioco, per proteggersi da minacce sempre in agguato che colorano spazio e tempo di toni cupi e malinconici e di relazioni generalmente povere e superficiali, oppure intense, ma unidirezionali.
Il leit motiv che lega le diverse fasi di una carcerazione (arresto, fermo, convalida, detenzione) è il processo di depersonalizzazione. Il detenuto non viene solo privato della libertà fisica; egli viene registrato con un numero, non sente quasi più pronunciare il suo nome di battesimo e viene spogliato dei suoi oggetti personali al momento dell’ingresso in Istituto, fede nuziale, orologio, orecchini, collane, fotografie...tutto viene depositato in una busta e conservato in magazzino, sino a nuova disposizione.
Durante la detenzione l’autonomia decisionale dell’individuo è ridimensionata, egli non ha più il controllo dei propri spostamenti, deve rispettare gli orari, seguire le indicazioni degli operatori di polizia penitenziaria e rimettersi alle decisioni del Magistrato, che può stabilire un trasferimento. Alla rigidità di movimento segue di pari passo la rigidità normativa, gerarchica ed organizzativa. Il clima di potere autocratico, che caratterizza la vita detentiva, facilita un processo regressivo di detenuti ed operatori, che tarano la loro quotidianità sul fare richieste e sull’attesa di una risposta. Le paure più primitive, risvegliate dalla depersonalizzazione e dalla convivenza forzata, vengono utilizzate per mantenere il controllo, facendo promesse e concessioni, al fine di mantenere il potere autocratico per controllare il detenuto. Le forti pressioni esercitate sui detenuti creano un clima di diffidenza diffusa, ognuno è potenzialmente un nemico per gli altri ed il potere individuale risulta indebolito, vista la quasi totale assenza di cooperazione.
Ogni azione è normata da un regolamento, dipende da un permesso, quasi nulla dipende dal singolo. Si verifica una progressiva riduzione delle situazioni nelle quali egli possa sperimentarsi nella presa di decisione e nella conseguente assunzione di responsabilità. Le scelte, i bisogni ed i desideri del detenuto dipendono da chi ha la facoltà di decidere, al punto che con il passare del tempo la deresponsabilizzazione e la dipendenza dalle decisioni dell’altro diventano parte di uno stile di vita e talvolta il detenuto smette di chiedere, chiudendosi nell’attesa del fine pena. Per molti detenuti l’attesa riempie inesorabilmente ogni pertugio, ogni frammento di tempo e ogni pensiero, spesso in questa condizione fare qualunque cosa perde di significato, e si rinuncia a qualunque forma di attivazione soggettiva, sviluppando abulia ed anedonia.
Durante la detenzione il detenuto non è mai solo, mai lontano dallo sguardo altrui e la convivenza non è scelta, ma imposta. Per questo, nonostante le persone siano generalmente in gruppo, la distanza che si percepisce tra loro è immensa; vige la regola non scritta dell’evitamento dei discorsi e delle domande sulla vita personale, sugli affetti, sulla sofferenza. I temi più affrontati sono quelli del comportamento criminale, dei reati, passati...a volte futuri, si parla di processi, di udienze, di appelli, di avvocati, di leggi...sembra quasi di sentirlo questo rumore omogeneo di sottofondo che annulla, nasconde, protegge tutto il resto. In carcere c’è anche chi sceglie di sottrarsi al rumore delle chiacchiere e di sfruttare altri lenitivi, quali sono i farmaci, gli psicofarmaci, che svolgono un’importante funzione preventiva e trattamentale, ma che spesso vengono assunti per ottenere un effetto esclusivamente sedativo ed alienante. Ci sono poi alcune persone che riescono a resistere alla spinta all’inattività, coltivando passioni ed hobby personali, come la lettura, il disegno e che sviluppano forme di creatività impensata, come costruire dal nulla un forno con la carta stagnola per cuocere la pizza o piccole sculture assemblando oggetti di scarto.
A livello interpersonale, l’alienazione del detenuto assume forme diverse. Essa porta a falsare ogni relazione, da quella con i familiari a colloquio, che incontrano il detenuto sorridente, che racconta di star bene e spesso cerca di far sorridere i figli e la moglie, a quella con gli operatori ai quali il ristretto cerca di mostrare, nella maggior parte dei casi, il suo lato migliore, spesso alla ricerca di quella relazione ‘alla pari’, che in carcere non è scontata, quanto preclusa da ruoli e peculiarità personali.
Alla luce di quanto detto non è difficile credere che la popolazione detenuta sia particolarmente esposta a crisi depressive, che possono sfociare in atti di violenza, laddove non vi siano gli spazi per portare ed elaborare i propri vissuti emotivi. Ciò si verifica con maggior frequenza in quelle persone con pochi strumenti, disabituate all’inattività fisica ed alla gestione di emozioni e pensiero. Durante la detenzione, l’attività cognitiva diviene spesso quella dominante, le idee sono spesso ripetitive, persistenti, invadenti, ossessive e molto faticose. Per quei detenuti più fragili e meno abituati a questa ‘predominanza cognitiva’, è frequente la messa in atto di agiti auto ed etero-lesivi, come autolesionismo, tentativi di suicidio e suicidio, sciopero della fame, aggressioni verbali e fisiche, che rimandano ad un’elaborazione faticosa o quasi essente dell’esperienza detentiva in corso e del vissuto emotivo che l’accompagna. La condizione d’isolamento affettivo in cui si trovano i detenuti finisce con l’indebolire le loro risorse personali. Molti di loro spesso finiscono con il rinunciare al contatto con i propri sentimenti, con le proprie emozioni e con se stessi; progressiva e lenta si struttura la perdita della consapevolezza del proprio valore.
Questa condizione, definita ‘ibernazione penitenziaria’, descrive un percorso detentivo, al termine del quale si ritiene che questi individui vengano ‘restituiti’ alla società ancora con tutte le proprie caratteristiche ‘antisociali’, semplicemente come se fossero stati scongelati ed allo stesso tempo fossero aridi di umanità e con in più una forte dose di rancore, anche conseguente alle condizioni detentive. A questo proposito ricordo il racconto di un giovane detenuto albanese, il quale dopo la sua prima esperienza detentiva, era rimasto ‘recluso’ volontariamente nella sua stanza per due mesi, a causa della rabbia che si sentiva addosso e che inevitabilmente gettava contro chiunque lo avvicinasse. Smaltire questo vissuto, proprio di un’animale ferito, aveva richiesto tempo e parecchio autocontrollo, ed aveva causato una profonda sofferenza personale. Mi chiedo quanti siano in grado di riconoscere il rischio della rabbia e dell’aggressività assorbite durante un’esperienza come quella detentiva e quanti riescano ad auto-contenersi ed a trovare il modo di elaborarla o quantomeno gestirla.
L’Art.1, comma 2, del Decreto del Presidente della Repubblica 30 giugno 2000, n.230, ovvero del Regolamento recante norme sull'Ordinamento Penitenziario e sulle misure privative e limitative della libertà, recita: “Il trattamento rieducativo dei condannati e degli internati è diretto, inoltre, a promuovere un processo di modificazione delle condizioni e degli atteggiamenti personali, nonché delle relazioni familiari e sociali che sono di ostacolo a una costruttiva partecipazione sociale”.
Alla luce della mia formazione all’Approccio Centrato sulla Persona, la ricetta per questo mandato mi appare sin troppo evidente. La relazione facilitante consente il recupero del contatto con il proprio sè autentico, con il proprio sentire, grazie ad un clima di accettazione positiva incondizionata ed empatia che favorisca l’auto-svelamento. L’io si consolida nel contatto con il tu, verso il quale è proteso sin dalla nascita e, attraverso questo scambio, l’individuo impara a riconoscere il proprio io, pervenendo così ad una separazione naturale.
La relazione può così funzionare come un tirocinio o una palestra, in cui l’individuo si riappropria del contatto con la propria esperienza attuale, i propri vissuti emotivi e la propria percezione. È questo contatto, questa auto-comprensione che secondo Rogers innesca il cambiamento, proprio secondo l’assunto per cui, nel momento in cui si diviene consapevoli del proprio vissuto e si accetta questo sentire, si è già cambiati. Contattando i propri sentimenti e le proprie emozioni attraverso il feedback dell’altro, l’individuo può confrontarsi sempre più profondamente con essi, viverli senza temerli, accettarli come propri e può quindi giungere a valutare razionalmente la problematica in questione e risolverla.
Secondo l’Ordinamento Penitenziario, il trattamento del detenuto implica la creazione di spazi, attività e servizi specifici, atti a stimolare il cambiamento, inteso come crescita della persona. Nell’ambito di questo intervento si collocano il lavoro, la scuola, i corsi di formazione, l’attività sportiva ed i colloqui con gli addetti al trattamento.
Da questo punto di vista mi sento di dire che, oltre alle attività concrete previste, l’Ordinamento stesso riconosca l’importanza della relazione come strumento di cambiamento e m’interrogo sui grandi numeri degli ultimi anni, sul sovraffollamento e sul budget orario del personale addetto al trattamento e, come è già avvenuto nella storia del trattamento psicologico, è a questo punto che mi viene da pensare al risparmio di tempo, energie e personale di cui si godrebbe, se fosse possibile organizzare interventi di gruppo sistematici entro gli Istituti Penitenziari.
Entro una realtà in cui le emozioni dominanti sono rabbia, vergogna, solitudine, tristezza, disperazione ed in cui si abusa di distacco affettivo ed emotivo, di scissione da ciò che fa male, di razionalizzazione, di proiezione, di fantasticazione e di agiti, non riesco a fare a meno di cogliere l’efficacia potenziale di un intervento di gruppo.
Una volta Rogers ha scritto che la ‘fortuna’ del lavoro con i gruppi nel corso degli anni si doveva attribuire, tra le altre cose, alla “fame di rapporti [...] in cui sentimenti ed emozioni possano essere espressi con spontaneità, senza essere preventivamente censurati o repressi”. Di fronte alla realtà detentiva, per come io l’ho conosciuta non posso che notare l’enormità di questa fame nel mondo penitenziario, al punto che in molti, detenuti ed operatori, sviluppano le forme più diverse e spesso deleterie di allontanamento da questo bisogno frustrato ed insoddisfatto.

giovedì 1 aprile 2010

la saggezza che a volte si perde

Leggendo il saggio di Rogers (1970) sui gruppi d’incontro, sono rimasta sorpresa nel notare come, nel capitolo in cui si affrontano le tematiche della ‘persona sola’ e del vissuto della solitudine, Rogers le ricolleghi all’occultamento del vero sè interiore.
Avendo studiato psicologia presso un’Università in cui veniva dato ampio spazio all’approccio psicodinamico ed essendomi laureata con una tesi in cui ho approfondito i concetti di autenticità e falsità nella teoria psicoanalitica, ho sentito familiare la riflessione di Carl Rogers. Temi, come quello dell’alienazione, dell’uso di una maschera e del Falso sè, mi sono molto cari e risvegliano in me il ricordo di letture fatte durante la mia adolescenza, quando il vissuto d’incertezza identitaria era quotidiano ed angosciante. Ho amato molto i romanzi di Pirandello, caratterizzati da quel continuo interrogarsi sulla natura e sulle possibilità dell’autenticità e dell’essere autentici entro la molteplicità di maschere scelte od imposte dalla quotidianità. Secondo Rogers è la paura che la propria autenticità più profonda non possa essere accolta ed amata a far sì che l’individuo la occulti, vinto dal timore di mostrarsi ed incapace di assumersi questo rischio.
Rogers pone molta attenzione ad esaminare le condizioni facilitanti dello scambio autentico. Delle sue riflessioni porto con me la convinzione che la possibilità di beneficiare di un clima psicologico sicuro nell’incontro clinico agevoli il mostrarsi dell'interlocutore. Da qui immediati si pongono alcuni interrogativi, quali: come si crea un simile spazio? Che ruolo ha l’empatia nel facilitare l’incontro con l’altro? E ancora quanto l’empatia che abbiamo incontrato nelle figure significative della nostra infanzia ci ha permesso di conoscerci per ciò che realmente siamo?

In tenera età il bambino si affida alla “saggezza del corpo (Rogers, 1961, pp. 271)”.
L’infante è assolutamente al centro del proprio sistema di valutazione ed agisce in funzione del mantenimento delle situazioni gratificanti e funzionali e dell’interruzione di quelle che piacevoli non sono. Si fida inconsapevolmente di sè, è un tutt’uno con il proprio sentire, il proprio experiencing, che è preconscio e spontaneo. Questo processo di valutazione preconscia è fluido e mutevole, in costante adattamento ai bisogni ed all’esperienza attuale e non è influenzato da ciò che gli adulti di riferimento possono trovare più o meno conveniente o preferibile.
Crescendo, il bambino sviluppa progressivamente la propria identità all’interno di quella relazione parentale in cui c’è ancora indistinzione tra l'io ed il tu. In tale relazione la figura dell’educatore ha una grande responsabilità, poichè attraverso l’ascolto dei bisogni specifici del bambino e la consapevolezza di quelli da lui soddisfabili, accompagna il piccolo nel suo prenderne progressivamente consapevolezza entro il divenire quotidiano.

La relazione con le figure parentali può intaccare la saggezza originaria, determinando una limitazione e una castrazione della sua funzionalità, proprio insinuandosi attraverso costrutti valutativi del comportamento che, se non adeguatamente integrati dal contatto empatico e dal riconoscimento emotivo, favoriscono l’alienazione del piccolo da quei suoi vissuti emotivi, percepiti come inaccettabili dai genitori; oppure in altri casi il bambino distorce le emozioni provate, trasformandole in qualcosa d’altro.
La rinuncia a al proprio sentire è, secondo Rogers, l’elemento fondante ogni tipo di disturbo, poichè essa si colloca alla base di quella mancata identità tra sè organismico e sè ideale, che caratterizza l’incongruenza dell’individuo, ovvero la sua mancanza di contatto con il proprio sentire.
La capacità del genitore di riconoscere, di accettare il vissuto emotivo del bambino e di rispecchiarglielo attraverso un autentico contatto empatico favorisce nel piccolo una simbolizzazione sempre più completa delle proprie emozioni, che non devono essere così amputate o distorte. Egli impara a stare con i propri affetti e con i propri bisogni, a riconoscerne la dignità, ad ascoltarli nel loro ‘qui ed ora’ ed a gestirli.

Mi capita spesso di riflettere su quanto il recupero del contatto con la propria ‘saggezza’ originaria favorisca una condizione di benessere e ferma tranquillità interiore, che pur si erge su di un processo in costante divenire, che pulsa costantemente e del quale si ha meno timore. La piena consapevolezza di dove ci si trova favorisce il cambiamento, mediante comportamenti funzionali ed efficaci tesi alla propria realizzazione.

Rogers C.R. (1961) On becoming a person. A therapist’s view of psychotherapy, Houghton Mifflin, Boston (trad. it La terapia centrata sul cliente, Martinelli, Firenze, 1970)
Rogers C.R. (1970) On encounter groups, Harper and Row, New York (trad. it. I gruppi d’incontro, Astrolabio, Roma, 1976)

sabato 6 marzo 2010

Orientare all'autonomia consapevole

Di recente ho iniziato ad occuparmi di dispersione scolastica, quel fenomeno che ai tempi di mio padre e di mia madre era dovuto prevalentemente al bisogno economico familiare, che spingeva i genitori a scegliere chi dei loro figli avrebbe ‘potuto’ continuare a studiare dopo la scuola dell’obbligo e chi invece avrebbe ‘dovuto’ contribuire alla formazione del reddito familiare. Esistevano dei ‘devo’ non scritti, che spesso determinavano un investimento della famiglia sulla formazione dei figli più giovani, mentre i primogeniti, a meno che non fossero maschi e particolarmente portati per lo studio, venivano precocemente in contatto con il mondo del lavoro, sostenuti e spronati da un profondo senso di lealtà familiare, che rendeva lo sforzo e la rinuncia personale funzionali alla sopravvivenza del gruppo famiglia.

I ragazzi che incontro hanno generalmente interrotto la scuola superiore dopo alcuni tentativi in Istituti diversi, la resa generalmente si è presentata in seguito ad un progressivo processo di disinvestimento della formazione, accelerato dall’aumento della frustrazione nel confronto con il mondo della scuola, in assenza di una rete familiare solida alle spalle.
Nell’incontro con la maggior parte di questi giovani adulti mi ha colpito il sentimento di solitudine che ho percepito, una solitudine legata ad un senso di responsabilità di sè e del proprio ‘dovere’, come se essi dovessero affrontare tutto da soli, come se non potessero appoggiarsi alla famiglia e godersi gli anni della formazione. L’urgenza è palpabile in questi colloqui. Ho provato a chiedere ad uno di loro perchè fosse per lui così importante trovare un lavoro nell'immediato, tanto da non poter nemmeno prendere in considerazione la possibilità di tornare a studiare almeno per qualche anno, dal momento che la situazione economica familiare era piuttosto stabile; la risposta è stata più o meno questa “Ora ho compiuto i diciotto anni, adesso deve cambiare per forza qualcosa, devo essere più responsabile, devo essere autonomo e lavorare per il mio futuro”. Una risposta piena di ‘devo’, per certi versi irreprensibile, che rimanda ad un ideale d’autonomia molto forte e un pochino ‘contro corrente’, se si tiene conto che da diversi anni la nostra nazione affronta il fenomeno contrario, quello dei così detti eterni ‘ragazzi’, anche conosciuti con l’espressione di ‘bamboccioni’.

Riflettendo su quanto ho scritto, mi sembra di trovarmi di fronte ad una tendenza diversa ma anche familiare, che non riassume in sè tutti i casi d’abbandono scolastico, ma che certamente è rappresentativa di un certo numero di essi e che mi richiama alla memoria un tema molto affrontato dalla letteratura, quello dei riti di passaggio e della loro progressiva evoluzione.
Come si diventa adulti oggi? Come si diventa autonomi se si studia fino a trent’anni e si vive con la famiglia fino al matrimonio? È sposandosi che si diventa adulti? E se non ci si sposa? È vivere da soli che rende adulti? È il lavoro che segna un passaggio certo, sicuro e riconosciuto?
Nell’incontro con questi ragazzi sento il loro bisogno di segnare la fine di una fase, segnarla per dire ‘Sono già oltre’, come se l’incertezza, che caratterizza il periodo adolescenziale, sia diventata intollerabile e ci fosse il bisogno di fermarsi su qualcosa, attaccandovisi per darsi un senso.
Le mie ipotesi derivano anche dall'ascolto dei racconti di questi giovani adulti, con la loro esplorazione delle identità possibili, la scelta di una di esse, una moda, uno stile di vita, generalmente vissuta poi come fallimentare. Il più delle volte ad un iniziale irrigidimento entro una scelta identitaria, che ha travolto ogni aspetto della loro quotidianità, è seguito un suo disinvestimento più o meno rapido, accompagnato dal viscerale bisogno di ancorarsi a qualcosa di solido, perchè restare in mezzo al ‘mare’ delle strade possibili era ed è ancora troppo frustrante.
A questo credo si aggiunga un forte il bisogno di dimostrare competenza a se stessi, servendosi del lavoro come di un mezzo concreto per vedersi riconosciuta un’agognata autonomia ed un’identità spesso molto sfuocata che forse lo sarebbe meno se potesse vantare un lavoro ed un’entrata economica, quasi un modo per dire ‘Io funziono, anche se nella scuola non ce l’ho fatta, nel lavoro ho trovato il mio riscatto’! Da qui viene la grinta che queste giovani donne e questi giovani uomini portano nei colloqui, la speranza e lo sguardo sono concentrati sul futuro, come se fosse recente la scoperta di poter indirizzare il proprio processo senza subirlo. È grande la voglia di tenere le redini con consapevolezza, di sapere dove si vuole andare, di non essere diretti. Tuttavia sempre più spesso, nel conoscere questi giovani adulti, constato che il maggior impedimento per loro è quello della relazione, la relazione con l’altro, piena di potenziali provocazioni ed incomprensioni, vissuta spesso con molta pancia e poca mente, con i fatti più che con le parole. In sostanza il problema a volte per questi ragazzi è quello della tenuta, delle capacità diplomatiche carenti, degli impulsi fuori controllo, dell'aggressività ancora goffamente gestita, che spesso finisce con l’attivare acting di vario tipo (scontro, fuga, ritiro, evitamento..) che di frequente portano all’accumulo di diversi fallimenti scolastici e lavorativi. La consapevolezza del ruolo che questa difficoltà relazionale porta nel perseguimento dei propri obiettivi è scarsa, a volte assente, ancora offuscata da quella visione rigidamente ‘egocentrica’, che impedisce di cogliersi nelle situazioni e di mettersi in discussione.

Per questo penso che la possibilità di fruire di spazi d’incontro protetti, in cui ricostruire la propria storia e riconoscere le proprie competenze e le proprie risorse, sia una condizione importante per facilitare questi ragazzi nell’acquisire una maggior consapevolezza di sè, così da mettere meglio a fuoco i propri bisogni e le diverse sfumature della propria identità.
Dall’incontro con l’altro deriva inevitabilmente una nuova consapevolezza di sè e la possibilità di modificare i propri atteggiamenti, così da renderli più funzionali. Tale crescita permette di giungere alla scelta lavorativa con una più ampia conoscenza delle proprie risorse e dei propri limiti e con maggiori competenze relazionali, lasciando per altro aperta anche la possibilità di un futuro ritorno sui banchi di scuola, magari quella serale. Nei colloqui con queste giovani donne e con questi giovani uomini mi sento efficace quando nell’arco degli incontri riesco a cogliere quel processo d’apertura alle diverse possibilità che rende meno rigidi i ‘devo’ e più visibili i bisogni profondi di ciascun individuo.

giovedì 14 gennaio 2010

... a partire da me!

Parto da me perchè sono convinta che 'contattarsi' e cogliersi in momenti precisi della giornata sia un ottimo esercizio di salute mentale, una specie di..'se so dove mi trovo posso decidere dove andare'. Esercitarmi a ridurre l'alienazione da me stessa è un passatempo a volte faticoso ma estremamente stimolante. E' forse più difficile ricordarsi di farlo che farlo e basta e questo mi fa pensare....penso a tutte quelle volte in cui accumulare impegni e distrazioni sembra il rimedio giusto per superare situazioni difficili, come la perdita di una persona cara, una grossa delusione o anche solo un cambiamento brusco nella vita di tutti i giorni.

Una volta ho visto una maglietta di cotone a maniche lunghe con su scritto 'Never stop the action', una sorta di monito. Crescendo mi sono accorta di come le giornate frenetiche mi stimolassero profondamente. Nella corsa avevo trovato un mio modo di essere ed ero certa che quelle giornate piene d'impegni corrispondessero ad una Vita Piena.

Ora è strano a ripensarci....anzi...mi accorgo che l'essere in tutti quegli impegni corrispondeva spesso più ad un non esserci, ad un non sapere quali emozioni provavo, a volte ad un non essere neppure interessata a distinguerle.

Ci si può allenare a contattarsi, si può partire dall'ascolto attento del proprio corpo e delle sensazioni fisiologiche (freddo, caldo, tremore, agitazione, quiete, tepore..) sino a cogliersi più profondamente ed a definire con una precisione crescente i moti che animano l'umore.

Chiedersi quotidianamente ed in momenti diversi del giorno 'come mi sento?', apparentemente una domanda banale, lo considero un esercizio importante per vivere appieno le proprie giornate e per farlo è necessario trovare il tempo per centrarsi su di sè.

Nel lavoro clinico con l'altro siamo spesso così abituati a centrarci sui clienti, da scordarci che in quella relazione ci siamo anche noi e che il nostro 'esserci' o 'non esserci' agisce su di loro come ogni altro elemento del setting. Sapere 'dove sono' mi consente di cogliere l'altro nella sua posizione, di non farmi travolgere dal suo movimento, ma di accompagnarlo, a mia volta ben consapevole del mio.

Da qui il titolo di questo blog, forse perchè ho la sensazione che nel momento in cui io riesca a contattare maggiormente me stessa, io sia anche più in contatto con ciò che mi circonda, proprio come quando ci si trova a piedi nudi sull'erba e ci si sente avvolti da un confortante senso di armonia e sicurezza.