"Quando un albero è ferito, cresce attorno a quella ferita" Peter A. Levine

mercoledì 20 marzo 2013

LE EMOZIONI COME PUNTO D’INCONTRO




Sono reduce da un gruppo con adolescenti sui temi della salute e della malattia nell’ambito di un servizio che si occupa di prevenzione e promozione della salute; ecco alcune osservazioni in proposito.
Per la maggior parte dei ragazzi d’età compresa tra i 12 ed i 18 anni, è un comportamento nuovo e quasi rivoluzionario quello di stare seduti insieme a confrontarsi sui diversi punti di vista relativi ad una tematica, specie se si parla di salute.
E’ inevitabile che con la diffusione delle nuove tecnologie si sia insinuata una modalità diversa, più immediata e sempre attiva di comunicare: gli sms stessi oggi sembrano ormai obsoleti se si pensa alla chat, a what’s up, a twitter, a facebook... la maggior parte di noi è parte di una ‘famiglia’ più grande chiamata rete e lanciare il proprio cinguettio nell’etere ci fa automaticamente sentire ‘parte del tutto’, ‘parte del dialogo’, ‘parte di quello che succede’. Di fronte a questo è inevitabile che ci siano persone che credano che anche la politica possa farsi così, momento per momento, attraverso twit, chat o quant’altro.
L’immediatezza è così propria della nostra quotidianità che sembra una scoperta importante e assolutamente inedita rendersi conto che a volte il bisogno è quello di ‘stare’ nell’attesa, nell’ascolto di sé, del proprio ritmo, del proprio sentire. Oggi giorno si corre da un impegno all’altro, si passa da un corso all’altro, da un lavoro all’altro e lo stare nel ‘mezzo’ è spesso fonte di disagio, di sentimenti che vanno dalla colpa, all’inutilità, alla smania di fare........laddove sembra che ‘fare’... equivalga ad ‘essere’.
Nell’incontro con il gruppo di oggi, dopo una riflessione sul tema della salute diversi ragazzi, attoniti di fronte a me, scoprivano di aver bisogno di rallentare per prendersi spazi per stare con se stessi, con il proprio far niente, con la propria voglia di correre al proprio ritmo. Persino i primi della classe hanno cominciato ad esprimere il senso di pesantezza sperimentato in quel ‘non riuscire mai a staccare la spina’, non riuscire mai a riposare davvero corpo e mente.
È questo che sta succedendo alle nuove generazioni e forse anche a quelle precedenti? Siamo davvero convinti che correre tutto il tempo non ci faccia perdere il piacere del viaggio, quella ricchezza delle emozioni che si animano dentro di noi mentre percorriamo la nostra vita?
Oggi la sensazione è che ci sia un bisogno forte di recuperare il tempo per stare nell’incontro con se stessi e con l’altro.
Il contatto con le emozioni che spesso spaventano, soprattutto gli adulti, rende possibile l’abbandono della frenesia dell’etere, per stare semplicemente in un incontro fatto di persone e non da parole scritte su un monitor o da immagini non a fuoco che rimandano ad un viso più o meno conosciuto.
Nell’incontro di oggi, la legittimazione delle diverse sensibilità emotive ha consentito a tutti i presenti di guardarsi a vicenda in un modo diverso, molto diverso da come ci si guarda e ci si ascolta ‘online’. Nella stanza l’atmosfera era calda, gli occhi di alcuni erano più lucidi di quelli di altri, le parole acquisivano pesantezze diverse, i gesti erano in armonia con il gruppo. La capacità di alcuni partecipanti di essere più in contatto con le proprie emozioni ha facilitato gli altri in questo cammino verso se stessi, verso il proprio sentire e verso una consapevolezza più piena di sé. In quel frangente era possibile per i ragazzi riconoscere chiaramente il proprio punto di vista ed esprimerlo, senza sentirsi minacciati da quello diverso del compagno vicino. La certezza del proprio vissuto rendeva inutile ogni tentativo di consigliare, convincere, trovare risposte giuste, proprio perchè ognuno si sentiva libero di trovare la propria, la risposta giusta per sé.
Le giovani donne ed i giovani uomini, che frequentano oggi le scuole superiori, vivono l’incontro emozionale con tanta curiosità, come se non ci fossero abituati, ma ne sentissero l’utilità e questo mi stimola ulteriori riflessioni. Il bambino appena nato è assolutamente a contatto con i propri bisogni ed i propri vissuti, poi con la crescita si spoglia progressivamente di quella spontaneità per andare incontro alle richieste esterne della famiglia, degli amici, della moda, dell’etere.
Forse lasciare che permangano nella vita delle giovani donne e dei giovani uomini, ma anche dei così detti adulti, spazi in cui ci sia la possibilità di stare nelle emozioni del qui ed ora senza il bisogno di rifugiarsi nello sguardo al monitor del proprio smartphone, è consigliabile in un mondo in cui sempre più spesso si osservano persone, che pur essendo tra loro vicine, non si ‘incontrano’; che pur urlandosi addosso non si sentono, che si giudicano in silenzio mascherandosi dietro a sorrisi di convenienza o che si spengono silenziosamente oppure con clamore perchè troppo sole con i loro problemi.

Come sarebbe bello se in ogni giornata ci fosse almeno un momento in cui ognuno possa sentirsi libero di dar voce a quel che sente veramente e riuscisse a farlo nell’incontro con l’altro .... e non solo lanciando un twit!

Come sarebbe salutare .... incontrarsi di più e più a fondo.

sabato 9 giugno 2012

Vino fa buon sangue: davvero?... alla guida?


Da più di un anno mi occupo di tenere dei corsi info-educativi sul tema 'Alcol e Guida' per persone fermate alla guida in stato di ebbrezza e devo dire che sono moltissime le riflessioni e gli apprendimenti che ho maturato in proposito.
Dal 2011 questi corsi sono obbligatori in Emilia Romagna per tutti coloro che, fermati dalle Forze dell'Ordine, sono stati trovati 'ebbri' alla guida, ovvero con una concentrazione di alcol nel sangue superiore a 0,5 g/l o, in caso di neo-patentati e autisti professionisti, superiore a 0,0 g/l.
Non è facile costruire un buon clima di gruppo con persone che vi partecipano perché obbligate dalla legge. Questo presupposto è sovente una delle cause del 'malumore' generale con cui questi gruppi si aprono. Nell'aria dell'incontro aleggiano rabbia, rancore, vergogna e paura di essere giudicati, che spesso portano i partecipanti a sentirsi vittime di una concatenazione di eventi. E' facile che gli incontri inizino con dei tentativi più o meno decisi di sminuire l'accaduto e/o di attribuirne la responsabilità alle istituzioni, descritte come troppo rigide, interessate solo a ricavare un guadagno, multando gli automobilisti e comunque complici nella pubblicizzazione e nella commercializzazione delle bevande alcoliche. Nonostante queste partenze, spesso faticose, è però interessante vedere come il clima del gruppo poi evolva e come l'incontro delle persone e la condivisone delle loro esperienze, consenta di osservare le varie opinioni con occhi diversi, costruendo insieme una visione più completa e più complessa dell'argomento.
Uno dei temi faticosi di questi incontri è il rapporto con l'alcol.
Essere inviati dall'Autorità Giudiziaria a partecipare ad un corso info-educativo sull'alcol, è da molti partecipanti vissuto come stigmatizzante ed allusivo alla presenza di un problema di alcolismo.
Rispetto a questo, credo che sarebbe interessante approfondire che significhi questo termine, tanto temuto e stigmatizzante, quanto confusivo e poco chiaro al giorno d'oggi. Del resto in presenza di una legge che vieta la guida in stato di ebbrezza con l'obiettivo di 'creare' strade più sicure, è difficile escludere a priori che colui o colei che supera tal limite non abbia perso, almeno in parte, il controllo su un proprio comportamento... aspetto questo altamente correlabile ad una condizione di 'dipendenza'.
Mi chiedo inoltre quanto un limite di alcolemia di 0,5 g/l risulti aleatorio, crei confusione rispetto a cosa significhi 'bere il giusto', espressione questa che trovo oltremodo fuorviante e pericolosa..... laddove il concetto di 'giusto' cambia costantemente in relazione a colei o a colui che lo formula e, parlando di alcolemia, l'andamento di questo valore cambia non solo in rapporto alla quantità di alcol ingerita, ma anche alle caratteristiche fisiche e psichiche del consumatore.
Pensando a strade e ad auto, è innegabile che 'guidare' comporti grandi poteri: velocità, forza, anche distruzione... basti fare attenzione allo spropositato numero di animali, che giacciono ai lati delle strade .. senza vita e agli incidenti stradali che sono nel nostro paese la seconda causa di morte...la prima tra le fasce più giovani. Come viene detto nel film dell'uomo ragno: "Da un grande potere derivano grandi responsabilità", ed è naturale chiedersi cosa impedisca talvolta alla persona di farsene carico.
Quando si parla di alcol è poi inevitabile imbattersi in un mare di contraddizioni. Basti pensare al detto 'vino fa buon sangue', che nulla ha a che vedere con la tossicità innegabile della molecola alcolica, che è rintracciabile nella birra così come nei prodotti per pulire vetri e pavimenti.
Eppure ancora oggi alcuni medici 'prescrivono' un bicchiere di vino al giorno, dicendo che 'fa bene'. Non si può negare che nella soluzione liquida del vino siano presenti ANCHE sostanze che, individualmente possono essere funzionali all'organismo, ma che nella bevanda alcolica sono comunque mescolate con molecole di alcol. Ai miei occhi sarebbe un po' come dire che un bicchiere di acqua, sostanza necessaria e benefica per la vita e la sopravvivenza, con dentro 5 o 6 gocce di detersivo per i piatti, faccia bene. Chi sarebbe pronto a sottoscriverlo? Chi sarebbe desideroso di bere quel bicchiere, anche ammesso che il sapore fosse gradevole?
E allora perché tanta fatica a riconoscere questa verità scientifica persino da parte di alcune figure sanitarie?

lunedì 9 aprile 2012

Equilibri del volere..

A volte ci sono quelle giornate in cui mi sveglio e fatico a collocarmi. Guardo la mia vita e osservo i traguardi raggiunti, le soddisfazioni, le sicurezze. Allo stesso tempo sento in me una brama di rischio, di buttarmi in cose e dimensioni nuove, meno certe, a tratti persino pericolose, forse minacciose per alcune delle mie sicurezze.
Eccola lì la bilancia che a tratti si inclina verso la sicura consapevolezza di ciò che sono e a tratti poi pende invece verso la dimensione del possibile, del nuovo, dell'insolito, a momenti minaccioso, in altri decisamente conturbante.
Mi chiedo se queste 'voglie' di nuovo siano davvero minacciose, davvero compromettano il senso di sicurezza, o se semplicemente vadano a modificare potenzialmente gli 'oggetti' della propria sicurezza. Perciò mi chiedo: il senso di sicurezza è strettamente vincolato ad oggetti, prove materiali della stessa (un lavoro, un partner, una casa..) oppure si può pensare che sia qualcosa di meno misurabile e più insito nella natura stessa dell'individuo?
Quanto ci sentiamo sicuri?
Quanto ci sentiamo pronti a non farci imbrigliare da certi 'oggetti di sicurezza'?
Quanto riusciamo a pensare alla sicurezza come ad un processo in continua vestizione piuttosto che come ad un posto prenotato nel solito ristorante o nel solito albergo?
La sicurezza dov'è? Mi libera o mi costringe?